ESORCIZZARE LA SCONFITTA
di Ercole Ercoli*
Credo che la manifestazione di ieri a Roma sia stata per tutti l’occasione per tirare un sospiro di sollievo. Forse ha ragione l’articolo di Repubblica, in cui si sostiene che c’era un clima meno allegro, meno festoso di quello che solitamente caratterizza le manifestazioni della Sinistra. Almeno all’avvio era così. Eravamo tutti tesi, preoccupati, alla partenza. Avevamo paura che dopo i pochi voti nelle urne della scorsa primavera, fossimo in pochi a tornare in piazza. Anche il Manifesto era prudente, molto prudente, quasi irritante, nel dire che si poteva ragionevolmente pensare di ritrovarsi in 40000, al limite 50000. È in questo clima di paura e incertezza che parto in torpedone con i compagni del Circolo stabiese, notando pure che, in altre occasioni, s’era riusciti ad essere qualcuno in più. Alla sosta in autogrill abbiamo iniziato, però, ad intuire che, forse, ce l’avremmo fatta. Ci ritroviamo in molti, incontriamo gli altri compagni che da tutto il Sud convergono in autobus a Roma per la manifestazione. Rinnoviamo, così come gli altri gruppi, il rito conviviale che è giusta protasi di ogni corteo. Si condividono vino, panini, frittate di maccheroni, birra, caffè che consumiamo ad una mensa improvvisata, ma allegra e distesa. La tensione scende un po’. Prima di ripartire incontro un compagno che afferma perentorio: “Ha detto Grassi che la manifestazione riesce!”. Non oso opporre i miei restanti dubbi, speriamo in bene! Arriviamo a Roma e fa caldo, il cielo è terso, c’è poco vento. Al terminale dell’Anagnina, si contano i pullman in sosta, si valuta quanto distanti dalla stazione ci abbia lasciati l’autista. “Siamo troppo vicini, la fila delle corriere ferme è corta!”. “No, sbagli, siamo noi ad essere arrivati presto questa volta!” Salgo trepidante i gradini della stazione della metropolitana di Piazza Esedra, temendo, come molti altri credo, di trovarmela davanti vuota. Ricordo il penoso spettacolo di Piazza del Popolo, un anno e mezzo fa, dove fummo pochi, mogi, svuotati. Spero che non si bissi quel fiasco, ma per me il flop è una delle possibilità date. Invece no, in piazza c’è gente e corro avanti, arrivo a Piazza dei Cinquecento e c’è gente fin lì. Il corteo è formato e la testa già volge in via Cavour. Torno indietro, sollevato. I numeri del Manifesto ci sembrano ormai soltanto scaramantici. Il corteo parte e ci iniziamo a muovere in questo fiume umano che scorre lento e possente per le strade di Roma. C’è gente accorsa da tutta Italia, rappresentanti di movimenti e vertenze, la piattaforma è ampia, le parole d’ordine molte e significative. Procediamo, scattiamo fotografie, guadagnamo una posizione elevata e vediamo che è tutto un mare di bandiere rosse: la Sinistra c’è, non doma, a ritrovare forza e coscienza di sé, dopo sconfitte e mortificazioni. “È la fine della ritirata”, dice bene Ferrero. Sventolano alte, nel cielo di Roma, le bandiere rosse, le bandiere belle, anzi bellissime, dei comunisti che senza dubbio prevalgono in numero. Devo dire che non ho quasi mai portato le bandiere ai cortei, le trovo d’impiccio. Invece questa volta ne recupero una e la porto in spalla per quasi tutto il percorso fino al comizio finale, divertendomi e compiacendomi a sventolarla. Forse questa è stata una manifestazione identitaria. Non credo, però, lo sia stato nel senso deteriore che van definendo certi autoproclamati innovatori. Di certo quella piazza non chiedeva formole organizzative nuove o nuoviste. È l’identità dei comunisti, della Sinistra politica italiana ad essere tornata in piazza, bella, forte di sé, della sua storia, della sua presenza, della sua proposta. Credo che la parola d’ordine più sentita dai manifestanti sia stata “Esorcizzare la sconfitta!”. Una parola d’ordine non scritta nei documenti ufficiali, ma diffusa nelle menti e negli animi di ciascuno dei presenti. Possiamo dire che ci siamo riusciti, magari non del tutto, ma ci siamo riusciti. Possiamo dire che forse i Congressi, duri e laceranti, siano un po’ di più alle nostre spalle. Per questo ha dato fastidio, sì, ma soltanto per un momento, vedere Vendola, Migliore e Giordano sfilare per un tratto a braccetto con Occhetto, rinnegato e apostata, che attraversava alquanto baldanzoso il corteo, nonostante il giusto sprezzo dei più. S’arriva in Piazza Bocca della Verità: è gremita. All’ingresso c’è una strettoia, si fatica ad entrare. Ormai non c’è più pudore a parlare di cifre a cinque zeri. La tensione della mattina è svanita, è tutto una festa. Si segue il comizio distrattamente e si continua a vedere entrare ancora altri manifestanti. Si cerca un bar, mentre ai gazebo allestiti dai compagni birra e acqua sono finite da un pezzo. È vero, siamo in tanti! Il confronto con la piazza di Di Pietro non si teme più. Ci si rilassa, finalmente, seduti sull’erba, usando le bandiere a guisa di telo. Si fa ora di tornare. La metropolitana al ritorno è intasata che è un piacere. Prima di rimettersi in viaggio, si dà fondo ai resti del pranzo. Si parte che è già notte, soddisfatti. Poco male, a questo punto, perdersi la partita della Nazionale che non va oltre un mediocre pareggio a reti inviolate.
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Ercole Ercoli è Pierluigi Foglia Manzillo